Do it! Macallè

Blog di antropologia del cibo

Do it! Macallè

Do it! Da sempre, penso dalla lallazione, da quando cioè con tutta la mia famiglia mi recavo nella piazza del paese nelle assolate domeniche siciliane a comprare dolci,  mi sono sempre chiesto il perché di un nome così grottesco, buffo ed inusuale per un dolce come il Macallè.
E’ un Macallè” epiteto usato per indicare un “minchione”  particolarmente scuro di pelle, evidente contaminazione culturale di origini coloniali africane. Macallè dolce tipico della Sicilia  un dolce enorme, dalla forma tanto strana e provocante complicato da mangiare se non sbavando la bocca di zucchero e ricotta. Ma perché Macallè? Ultimamente ho fame di significati ecco cosa ho trovato in fondo al piatto.
Iniziamo col dire che Macallè è la capitale della Regione dei Tigrè in Etiopia, la città più popolosa del Nord dell’Etiopia.
Macallè fu occupata dagli italiani all’inizio della Guerra di Abissinia, nell’Ottobre 1895. Inutilmente assediata dagli italiani durante le campagne d’Africa di fine Ottocento mise in ridicolo il Regno d’Italia dei Savoia fu riconquistata con archi e frecce dall’esercito etiope. Fu un desiderio mancato. Era la fame di conquista di un italietta appena nata che voleva imitare i grandi imperi europei.  Gli italiani sono un popolo tutto sommato mite e poco aggressivo, avendo già dato con l’Impero Romano, le guerre di conquista non sono mai piaciute. Nasceva comunque  la fallocrazia dell’impotenza che con Mussolini arriva al culmine erettibile.
Lui, a cui piacevano i Macallè nell’impotenza, ci riprova. Uomo “malato di sesso”,  insaziabile, regolare frequentatore di bordelli, con l’ascesa al potere aumenta anche la sua voglia sessuale e di conquista diventando un copulatore compulsivo, divenne famoso più per le sue sveltine che per le sue doti di statista. Durante la Guerra d’Etiopia (1935-1936), Macallè venne conquistata dalle truppe fasciste e rimase dominio italiano fino al 1941.
“Mio grande amore, eri aggressivo come un leone, violento e potente” scrisse Claretta Petacci, mentre Mussolini dava ordini di sganciare bombe all’iprite sulla popolazione civile eritrea.
Ma non è finita!
Il Macallè è stato un sommergibile della Regia Marina incagliato ed auto affondato il 15 giugno 1940 nei pressi del faro di Sanganeb a 18 chilometri al largo dalla costa sudanese. In quella sua unica missione di guerra il Macallè aveva percorso solo 450 miglia, tutte in superficie. Scena ridicola e grottesca tipica di un’italia che scimmiotta le grandi potenze.
Ma cosa c’entra il dolce Macallè con tutto questo? Il suo nome originario probabilmente è Cartoccio, per via della sua lavorazione “incartocciata” su un fuso di metallo, come ancora si chiama della parti di Palermo.
Sarà stato qualche soldato, divenuto pasticciere, che aveva visto cose grosse africane, o per onorare il sacrificio dei valorosi soldati siciliani, sarà stato per commemorare l’impotenza del sommergile, o in onore al furore frettoloso del Duce non lo so, tutto può essere. Sta di fatto che nella Sicilia orientale il nome di questo dolce è Macallè come la città che ospitò le prime migrazioni di siciliani verso i neo acquisiti territori africani.
Rimane comunque la sua forma, una visione dominante dall’alto simbolo del potere e del suo contrario “l’impotere” come le conquiste coloniali italiane.
Sicuramente questo dolce esiste in Sicilia da tempo, molto probabilmente di contaminazione araba come tutti i dolci fritti.  Sicuramente uno dei tanti scherzi carnevaleschi abbinati alla dolceria siciliana che insieme al cannolo ha molte cose in comune. Infatti tutte e due si avvolgono in una canna fritti, farciti di crema di ricotta, pasticcera o al cioccolato. I Macallè sono in fondo dei cannoli di pan brioche e sono una vera libidine gastronomica dal design erettile, un simbolo fallico di natura simbolica, culto della fertilità, che nelle dittature politiche e psicologiche diventa predominio.

In conclusione il Macallè è un dolce siciliano storico a cui in epoca fascista è stato cambiato il nome da chi e perché a voi la scelta.

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