Terra matta

Mi sento come una «tartaruca, che stava arrevanto al traquardo e all’ultimo scalone cascavo» penso alla mia vita «maletratata e molto travagliata e molto desprezata» e mi dico «Se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare»

Cit. da “Terra matta” di Vincenzo Rabito. Einaudi,

Terra Matta è il libro che nessuno ha letto, il libro che non si può leggere, il libro che si può solo raccontare ed ascoltare.

In questa ricetta c’è tutto ciò che questa terra più a Sud d’Europa può raccontare, intrecciando un plot di sapori dai forti contrasti, dolce, salato, amaro ed acido in un equilibrio sempre precario, come le case di pietra diroccate, talvolta violento o amorevole dipende dai gusti. Terra veramente matta estrema e non solo da un punto di vista geografico. Ho dovuto bilanciare con parsimonia e talvolta in dosi omeopatiche gli ingredienti per me più esemplari di questo territorio Ibleo un territorio di roccia viva che dal mare arriva alla montagna attraversando vallate e colline rigogliose, ricche di diversità vegetative e faunistiche. Mandorleti, Uliveti, Carrubeti, Fichi d’India e agrumeti coltivati in simbiosi con mille fiori e piante, un emozione di odori che sprigiona gusti inediti e talvolta arroganti per quanto estremi e protostorici. Pietra e ferro battuto scolpiscono riccioli e volute plagiando una natura barocca fatta di cave, balze ed altopiani, grotte scavate dall’acqua, pietre di duro calcare che edificano una architettura paesaggistica insolita e irregolare dalle forme ardite e al contempo virtuose.

Una terra matta,
come i suoi abitanti “amurusi” o arroganti e prepotenti,
come le pareti rocciose, ripide e selvagge o  lussureggianti altopiani iblei,
come l’idea di questo piatto autunnale.

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