Sciuriddu (fiorellino)

Lo portarono che ancora non riusciva nemmeno a camminare e stare in piedi, acciuncava e caria. Un biberon per dargli da mangiare, lo addubbavamo fino a farlo crollare insallanuto. Per arricamparlo ho costruito una casetta tutta di cartone dentro l’orto di casa mia. Passavo tutto il giorno vicino al suo canuto tepore ascoltando un cuore agitato e potente. Friccicavu talmente tanto che non riuscivo a dormire, tutti e due eravamo suli, facevamo ancora sciauro di latte. Era gennaio faceva ancora freddo la notte, riempii la casetta di coperte, non potevo stargli lontano, mi precipitavo continuamente a coprirlo, accarezzarlo. Sciuriddo (fiorellino) così  lo chiamammo.  Bardato con fiocco rosso e campanellini al collo, bianco e morbido come un muffoletto, sguardo riconoscente e docile. Mia mamma diceva che faceva fèto di forastico, troppo selvatico per tenerlo in casa. Tutte le domenica lo lavavo, lo pulivo, lo asciugavo al sole di Sicilia. Sciuriddo cresceva, era diventato la mia passione, la passione di tutti i bambini del quartiere. Correre nei prati insemmula, dimenticandoci del mondo e del tempo. Alla mia vista gemiti di gioa, strusciando la testa tra le gambe, un saluto allegro e riconoscente. Sciuriddo cresceva. A frivaro rimasi a letto con la frussione, la febbre alta, sbommicavo tutto il giorno. Sciuriddu veniva a trovarmi triste e scoraggiato, malinconico con lo sguardo fisso, incantato e penetrante, vivo, con gli occhi tondi e sporgenti. Non mangiammo per tre giorni. Sciuriddo cresceva e mi voleva bene ed io anche, ogni giorno di più. Ci  liberammo di febbraio con una corsa a perdifiato sull’erba giovane e umida della primavera. Sciuriddo cresceva come i fili d’erba serbatica di marzo, i campanellini del suo collare risuonavano nell’aria, gioia e vita, il fiocco rosso al collo un segno del destino sui prati appena fioriti.
Una sera d’Aprile, venne a trovarci u zi Tano, faceva il pecoraio, parlottava con mio Padre sull’uscio di casa, non volevo capire, ma avevo deciso  che volevo vedere.
Arrivò di mattina presto, odorava di ricotta e latte, pantaloni di velluto a coste e coppola nera, mia Madre aveva preparato delle cerate e dei catini, mio Padre dello spago grosso. Appoggiò un sacchetto sul tavolo e bevvero un caffè.
Cam’a a fari? Cosa dobbiamo fare esordi dal silenzio del mattino lo Zio, aveva fretta. Sciuriddo mite e docile fu incapretatto, legato dalle gambe, mi guardò per l’ultima volta senza un perché, con semplicità e pazienza, remissivo ed innocente, conosceva il destino molto di più di quanto Io conoscessi il mio.
Con gesti naturali e decisi un Zi Tanu prese il suo coltello a scatto dal sacchetto, un suono secco e preciso estrasse una lama lunga e appuntita, alliffo sciuriddu per l’ultima volta poi senza pietà e indecisione, catafunniò la lama nella gola, u liccasapuni sparì nel bianco fino a toccare il cuore. Agghiarniai di paura, sentivo la punta di quel coltello alla gola tanto che volevo gridare ma soffocavo, inghiottii più volte. Un dolore lacerante mi paralizzo, tremavo di un freddo gelido  e tagliente. Paura e terrore, sgozzato con un taglio netto e preciso, senza nemmeno un lamento. Zi Tanu tirò fuori il coltello e tutto addivinttau russo. Dal volto rigato dalle lacrime scorgevo la bacinella di sangue che mi Madre si affretto a friggere con cipolla sale e pepe. Immobile ma deciso a non sottrarmi al sacrifico guardavo mio zio armeggiare. Soffiò dentro una cannula, infilata sotto la pelle, lo gonfiò come un pallone, poi lo appese a testa in giù ed iniziò a scuoiarlo. Aprì la pancia ed estrasse le interiora ancora fumanti… mi misi le mani davanti agli occhi! Talè u picciriddu si scantò! E fu cosi che diventai un adulto.
Intorno al tavolo, servito al forno con patate, cadde il silenzio, un silenzio assoluto. Arrivò, il silenzio della pietà,  con la testina ancora calda di  agniddruzza con sale, pipi, arifunu e tanticcia di aghiu. Gli occhi o Dio mio quegli occhi sgriddrati sul piatto della festa, i nostri occhi diventarono pupi pupi. E per dare un senso alla mia vita decisi di assaggiare quel sacrificio.
« Ecce Agnus Dei, ecce Qui tollit peccatum mundi » L’ Agnello al forno con le patate è ancora il mio cibo preferito.

Fiocco rosso e Campanellino

By 18/04/2014

Devo a mia Sorella questa piccola scultura di Pane. Una spedizione provvidenziale in ricordo di una festività legata molto al cibo. Il cibo come nascita e resurrezione, come "consumazione" un termine che dovremmo usare sempre più spesso per ricordarci l'essenza della nostra relazione con Terra. Un agnello di pane per ricordarci che i simboli religiosi non sempre necessitano di vittime sacrificali.

Il mio "sciuriddu" lo porto sempre nel cuore conservo ancora fiocco rosso e campanellino, è l'essere che di più mi ha insegnato il valore ed il senso della vita.

  • Prep Time : 50 minutes
  • Cook Time : 30 minutes

Ingredients

Instructions

Questa volta non ho istruzioni da darvi. Buona Pasqua a tutti

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