Lo chef e la brigata: l’arte della guerra in cucina

Malgrado nella vita quotidiana, storicamente sono proprio le donne ad essere al centro della cucina, oggi sono gregari di una cultura gastronomica tutta al maschile. Il lavoro, quello organizzato e ben retribuito non è femminile. La fatica, quella di tutti i giorni, quella estenuante e non retribuita non riconosciuta, non gratificata spesso nemmeno dall’affetto, è tutta al femminile.
In tutte le culture è la donna che nutre, che sostiene la vita. La preparazione del cibo fatto per e con amore lontano da meri interessi economici. Le donne nutrono i figli per amore e non per denaro come gli uomini. Gli uomini, tutti, siamo certi, hanno sempre una madre, una madre donna. Per questo nella malnutrizione globale le donne non hanno nessuna colpa, non possono averla, sarebbe come tradire l’origine, l’esistenza, il principio assoluto della vita.
Prima che arrivassero le “stelle” le donne in cucina collaboravano e si scambiamo ricette. Fare il pane era una pratica collettiva, come anche le conserve, le cerimonie e le feste. Da quando il sistema “chef” è entrato nella cultura della cucina ha soppiantato la collaborazione per il primato dell’ uno-tutto” rivaleggiando, comandando, imponendo la cultura maschile del fare.
La parola Chef, che ricordiamocelo in francese vuol dire semplicemente “capo” è il Re indiscusso, e qualche volta l’Imperatore, della cucina moderna, struttura gerarchica organizzata in forma piramidale. La brigata di cucina, i capi partita, commis, sous, non solo altro che ruoli da marines culinari. In questo ambiente è difficile lavorare per una donna, se non per ruoli accessori. Si dice perchè è un lavoro faticoso e pesante, perchè le donne portano scompiglio, perchè non ubbidiscono ai voleri di un capo, perchè hanno gusti particolari. Sciocchezze la donna non fa la guerra ne tanto meno in cucina. La cucina in questo momento è l’ambiente più conservatore della società contemporanea ed ecco resistere il modello della donna casa e famiglia custode di nutrimento ed affetti mentre il maschio si applica a fare la guerra nella scalata sociale in tempi di tregua o a fare la guerra  in armi nella conquista o nella difesa di un territorio, di una religione, dell’energia di un pozzo di petrolio, in ogni caso lotte cruente e senza pietà.
Tutte le basi delle ricette, senza nessuna esclusione, sono ricette di donne, sono ricette di vita. Anche quando le tecnologie e le metodiche più sofisticate della chimica culinaria, anche quando i più arditi abbinamenti, anche quando l’estetica troneggia più del gusto, possiamo sempre ed in ogni caso ritrovare e riconosce la mano delle nostre mamme. Non basta la sofisticata cultura gastronomica moderna per nascondere la sorellanza condivisione del cibo e del lavoro per  la diversità, il rispetto, la sostenibilità ed il riscatto sociale delle donne. Nelle sempre più sofisticate ricette degli “chef” sappiamo riconoscere semplici abitudini famigliari delle madri nel rispetto della terra ed i frutti che essa ci regala. Dove gli uomini parlano le donne fanno, l’Artrusi ne è l’esempio massimo che ha usato la sua governante per scrivete il più famoso libro di cucina italiano. Senza contare che il “gusto” femminile è molto più sensibile e raffinato del “gusto” maschile: se per le donne vale la qualità per gli uomini la è indubbia la quantità. Diciamolo nella cucina quotidiana la cucina è femminile: spesso le nostri madri hanno dovuto sopportare in silenzio la frase ” sei quasi brava come un vero cuoco”.
Non chiamatemi chef. Che stronzi che siamo i maschi così, come tante donne “maschio”.
Niente donne in cucina.. sono le grandi avvelenatrici del passato, in cucina le donne sono delle meravigliose “streghe”, vi voglio bene, madri, sorelle, mogli.

 

 

Lascia un commento